Il recente decreto della Corte d’Appello di Milano, che impone la sospensione delle attività dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico entro 90 giorni, rappresenta un punto di non ritorno. La decisione nasce dalla mancata rimozione dell’amianto ancora presente e dall’assenza di strumenti idonei ad abbattere le polveri sottili a fronte di una previsione produttiva di 6 milioni di tonnellate.
Il nostro modello di fabbrica non è mai stato quello attuale; abbiamo sempre sostenuto una fabbrica radicalmente diversa in cui l’attuale ciclo produttivo doveva essere solo un ponte di transizione utile a raggiungere un futuro diverso, da compiersi in tempi brevi e capace di garantire salute, ambiente, produzione e lavoro dignitoso per oggi e per il futuro. Non ci siamo mai voltati dall’altra parte rispetto ai rischi di sicurezza e ambientali che si verificano quotidianamente a danno di lavoratori e cittadini. Non sono parole di circostanza, sono atti concreti e dimostrabili. Dagli innumerevoli comunicati e denunce fatte come rappresentanti (RSU e RLS), alle comunicazioni pubbliche, passando per le reiterate richieste sulla necessità di effettuare manutenzioni ordinarie e straordinarie, alla necessità di introdurre con misure più stringenti una valutazione del danno sanitario (VDS-VIAS), fino a promuovere, nel processo “Ambiente Svenduto”, la costituzione di parte civile per oltre 500 lavoratori, ai quali la sentenza di primo grado, poi annullata, aveva riconosciuto un danno sanitario. Lo dimostra il fatto che anche gli stessi cittadini ricorrenti, come riportato nella ricostruzione della Corte, citano a supporto del loro reclamo proprio la mancanza di risposte o spiegazioni all’osservazione fatta dalla Fiom-Cgil (n. 22 al piano istruttorio conclusivo) che faceva notare che i tempi di rimozione dell’amianto previsti dal DPCM del 2017 andavano ridotti drasticamente e non differiti nel tempo. Osservazione richiamata dagli stessi giudici nella motivazione della decisione.
La situazione che abbiamo di fronte è drammatica e mette seriamente a rischio l’occupazione, l’avviamento di una transizione ecologica, l’ambiente, la tenuta sociale ed economica di migliaia di famiglie e di un intero territorio sempre più impoverito, la capacità del nostro Paese di mantenersi ancora industriale, moderno e civile, rispettoso dell’ambiente e della salute e capace di fornire lavoro dignitoso che non produca morti e feriti come purtroppo quotidianamente continua ad accadere in tutti i luoghi di lavoro e in ogni zona del Paese.
Per questo, come rappresentanti sindacali, lavoratori e cittadini sentiamo il dovere di lanciare ancora una volta un forte grido di allarme; per questi motivi lunedì 3 agosto saremo di nuovo in sciopero.Sia chiaro a tutti: noi non scioperiamo contro la magistratura e le sue decisioni, non l’abbiamo mai fatto, anche quando qualcosa non ci convinceva del tutto, non è nel nostro stile. Vogliamo, invece, richiamare alla propria responsabilità il Governo e la politica tutta che negli anni hanno rinviato, sottovalutato, procrastinato decisioni radicali e necessarie che andavano prese e programmate da subito. Ancora oggi ci sembra che le istituzioni – a partire dal primo cittadino per finire ai leader nazionali di maggioranza e opposizione – non abbiano ben chiara la gravità di quello che sta per accadere, le ricadute e le conseguenze. In città, insieme a silenzio e indifferenza, sembra prevalere quasi allegria, soddisfazione. Si festeggia, si parla di numeri, sminuendoli o scomponendoli, come fossero noccioline: 16.000, 20.000, solo poche migliaia di tarantini… in un territorio già affamato di lavoro e colmo di vertenze che faticano a trovare soluzioni stabili. Non possiamo non constatare infine che, in certe frange della città, dietro a una facciata di circostanza che si dichiara a parole vicina ai lavoratori colpiti, anche se non ha mai prestato il minimo interesse sui lavoratori coinvolti da altre vertenze, si siano invece radicati sentimenti di odio, di rivalsa, di punizione, di vendetta, di invidia che colpiscono pubblicamente i rappresentanti sindacali – perché sarebbe troppo impopolare puntare il dito direttamente contro i lavoratori – ma che in realtà, nemmeno troppo velatamente, vogliono colpire le maestranze, colpevoli solo di lavorare o di voler lavorare.
Le nostre proposte sono sempre state chiare, il nostro grido d’allarme è rivolto a tutta la comunità e, se tutti gli altri posti sono occupati, noi ci siederemo, ancora una volta, dalla parte del torto.
RSU-RLS FIOM-CGIL ACCIAIERIA D’ITALIA E APPALTI
